"Va’ che piattume" scrive Phonkmeister riferendosi all'Emilia (abile calembour per distinguerla-assimilarla al "pattume" campano?).
Risponde Iconoplastica: "La mia croce è più il Veneto. Spiego rapidamente perché: ci passo nei miei viaggi in direzione Tarvisio/Graz/Vienna, e il Veneto *non finisce mai*. Non c’è ancora la bella collina della provincia di Udine, non ha le rocce che cominci a vedere da Osoppo in poi, non ha il verde giada del Tagliamento. La Romea ha dei bei paesaggi finché sei ancora intorno al Po, ma anche sconfortanti affacci su una provincia piatta di centri commerciali, negozioni, superstore. E’troppo lontano da casa per godere ancora dell’entusiasmo di essere appena partiti o di essere quasi tornati.
Aboliamo il Veneto, amici, e facciamo scivolare il Friuli sull’Emilia. I Veneti, liberati del passante di Mestre, ci ringrazieranno, vedrete".
La prima era un tumblerata "twitting", nulla di che. La seconda invece si articola al punto da divenire uno spunto (e' lo scopo stesso del web, esaltato dall'approccio tumblr: lanciare un "meme" che si propaghi generando riflessioni), aldila' delle idiosincrasie dell'autore e dello scrivente. Pur non essendo "residente" ho gia' risposto su Abr's No Comment a caldo.
Non e' solo questione di orgoglio identitario, e' chiaro che se uno passa il Veneto in treno beh ... Anch'io da giovanissimo, passandoci per ferrovia, credevo Milano fosse tutta squallidi falansteri e decrepite case a ringhiera. Basterebbe aver la voglia anche solo mentale di volare a destra o a sinistra, oltre la ferrovia e il capannone: "certe cose sinora le avevo viste solo sulla rivista Airone" mi disse con aria sognante una ragazza foresta dopo una escursione in Valle (credo volesse riferirsi non solo ai rituali di accoppiamento).
Non e' solo una questione di orgoglio identitario, che comunque male non fa: gli italiani, in questo distinti dai veneti, sono l'unica gente al mondo che indulge con volutta' nell'auto-denigrazione, cosa ben diversa dall'understatement e dall'auto-ironia cosi' tipiche lassu'.
Non e' solo questione di orgoglio identitario: considerazioni cosi' indifferenti e tranchant fanno ricordare il 17 novembre, funesto anniversario passato ancora una volta nel silenzio tombale. Questo ultimo cadeva il 210' anniversario del trattato di Campoformio: Napoleone chiudeva con una semplice firma il sacco dei tesori e mille anni di indipendenza della Serenissima, senza resistenze da parte del Doge furlan e di un Consiglio di smidollati.
Da li' la storia scritta dai vincitori inizio' a dipingere Venexia come una sorta di Bisanzio in sedicesimo: repressione, i "nobiluomini" intenti a cavarsi gli occhi l'un con l'altro, popolino servidor, un mondo fondato sullo sterco del demonio idealista e catto-social: i schei e il negossio. Trascurando che grazie ai schei si pubblicassero in liberta' piu' libri a Venexia che in tutto il resto dell'Universo.
Non e' solo questione di orgoglio identitario se mi spiace che l'idea di "abolire" quella regione metta di buonumore alcuni "compatrioti", e dovremmo pure ringraziare.
Per fortuna non sarebbe operazione da poco: riuscimmo a farci gli affari nostri per mille e passa anni contro imperatori, papi e il Turco, gente che schianto' comuni, signorie, regni e imperi quasi allo schioccar delle dita.
Di fatto per abolire la Serenissima, mica bastarono i Savoia o un Garibaldi qualsiasi ocme per altre parti della Penisola; ci vollero degli autentici ca**oni da podio assoluto di tutti i tempi: prima Napoleone, poi Otto von Bismarck. Il primo a favore degli austrungheri ( che non fu tempo di "buona amministrazione" come si favoleggia), il secondo per conto dei "Talian". E ci siamo pur tolti l'ultima soddisfazione a Lissa, infliggendo l’ennesima sconfitta alla marineria ligure-borbonica.
La mazzata finale: a partire dal 1870 dalle Venezie emigrarono in proporzione tre volte tanto che dal Sud Italia. Insomma, "liberarci" non fu cosa vantaggiosa ne' indolore (e dovremmo anche ringraziare?), ne' tantomeno facile quanto il nasconderlo, complici la rimozione risorgimentarda e fascio-comunista di mille anni di storia, con il collaborazionismo di tanti, troppi "zio Tom", dal Manin al buon ultimo Calearo.
Non e' solo questione di orgoglio identitario se ricordo che una delle esperienze piu' classiche e ricorrenti di un "expatriate" veneto (in "Padania") come sono, e' sentirsi chiedere da uno sconosciuto bigliettaio piuttosto che da un fornitore: "Da dove viene lei? Sa, ho inteso una certa inflessione...".
Eh saremo forse provinciali, ma solitamente ci teniamo a non fare gli snob tra noi.
Contrariamente all'italiano medio piombato a Sharm in volo charter o al gitante domenicale in coda che si domandano infuriati, milanesi tra milanesi o romani tra romani: ma dove va tutta 'sta gente ...
Non e' solo questione di orgoglio identitario se l'incapacita’ di percepire un panorama geografico e umano cosi' fortemente connotato in senso identitario (per quanto umiliato soffocato e stravolto da fame e emigrazione prima, da benessere fabbrichette e immigrazione poi), mi pare solo un sintomo.
Rivela la diffusione di quel giacobinismo sociale furente che costituisce la novella filosofia di vita della plebs urbis italica. Una forma di individualismo solipsistico che rende proni al livore contro, che non vuole elevarsi (e' faticoso) ma pretende come diritto che il piu' fortunato venga atterrato e spogliato, pardon "redistribuito".
Non e' solo questione di orgoglio identitario se sottolineo che in questo contesto cosi' classicamente e modernamente "italico", la piu' antica delle caratteristiche regionali venete risulti incomprensibile e anzi pericolosa: mi riferisco allo spirito "clanico" di appartenenza e di distinzione, quel collante identitario che ancor oggi tiene inopinatamente unite comunita' isolate dal Messico al Rio Grande do Sul, in una koine' dalla tipologia indubitabilmente "nazionale".
Non e' solo questione di orgoglio identitario, sicuramente nei veneti e' presente una consapevolezza molto piu' "nazionale" che non tutta l'italianita' inculcataci con le cattive nei settanta anni (tre generazioni) a cavallo tra Ottocento e Novecento.
Ogni bravo giacobino (il mero prodotto del mainstream educativo-informativo corrente) non puo' ne' comprendere ne' tantomeno tollerare tale spirito "nazionale": non avrai altra identita' al di fuori di quella che ti verra' concessa dall'alto (statale o ideologica poco importa), secondo la glossa diffusa dalla scuola statal-sociofascista:“il cittadino dev’essere nudo e indifeso (di fronte allo Stato), il più possibile privo di reti IDENTITARIE di solidarietà e sussidiarietà” (cfr. qui).
Concludendo, non e' solo questione di orgoglio identitario se vi diciamo: no grazie amici, eventualmente di "abolirci" e "liberarci del passante di Mestre" lo vorremmo finalmente decidere da soli. Vi ringrazieremo se finalmente ne lassare' in paxe.
Site Pages: Home Windows of the World Multimedia Playground






Liberalizzazioni